mercoledì 17 gennaio 2007

Io, me stesso e la porta chiusa a chiave

A volte le più grandi verità sono così semplici che le rifiutiamo, o le ignoriamo, o le sottovalutiamo, proprio a causa della loro semplicità. Il detto popolare per cui si impara a stare bene con gli altri solo dopo che si è imparato a stare bene con se stessi, è una di queste verità. Talmente semplice nella sua linearità e consequenzialità logica da risultare quasi superfluo commentarla. Se mi accingo a farlo è perché noi poveri esseri umani nevrotici siamo tendenzialmente portati a complicare le cose e se siamo bravi a disquisire sulla complessità di una figura geometrica a cento metri di distanza, siamo meno bravi a descrivere un naso che si trovi a trenta centimetri dal nostro occhio (o un occhio che si trovi a trenta centimetri dal nostro naso).
Poiché proiettiamo sugli altri la nostra visione del mondo e il nostro intimo sentire (qui usato col significato di percepire) è evidente che se detestiamo noi stessi, detesteremo anche gli altri, se colpevolizziamo noi stessi colpevolizzeremo anche gli altri, se non abbiamo fiducia in noi non l’avremo negli altri, se non ci prendiamo sul serio non prenderemo sul serio gli altri, se non ironizziamo su noi stessi non ironizzeremo sugli altri (almeno non con la stessa ironia), se mentiamo a noi stessi tanto più mentiremo con gli altri.
Se io odio me stesso odio il mondo intero, perché io sono il mondo. In quanto io sono parte del tutto e la parte contiene il tutto (almeno secondo una certa visione filosofico-scientifica di cui sono sostenitore) odiare me significa odiare l’universo.

Pensiamo alla solitudine.
Quando io sto solo (e cioè quando nessun essere umano o animale oltre a me è presente nel raggio di dieci chilometri, o giù di lì) in realtà sono in compagnia. In compagnia di me stesso e (per chi ci crede) in compagnia di Dio.
Se non riesco a stare per più di mezz’ora in questa situazione, a convivere con la sola mia presenza senza avere il desiderio o il bisogno di uscire fuori e vedermi con qualcuno, soffro di una grave malattia:

L’INCAPACITA’ DI STARE BENE CON ME STESSO.

Se non so stare bene con me stesso, come potrò stare bene con gli altri?
Il rassicurante senso di sicurezza che mi dà la folla (il gruppo, la compagnia, la presenza altrui) è solo un’illusione creata dal mio cervello per celare la mia incapacità di relazionarmi seriamente con le altre persone.
Chi soffre di solitudine cronica è malato. Chi non sa stare da solo per più di mezz’ora è malato. Il guaio è che non sa di esserlo.
E’ come se sin dalla nascita camminasse con un sassolino nella scarpa (e non si togliesse mai la scarpa). Dato che il camminare con il sassolino è sempre stata una costante, non si accorge di averlo. Solo quando il sassolino viene rimosso e impara a camminare senza, si accorge della differenza.
Allo stesso modo chi è malato dalla nascita può rendersi conto della presenza della malattia solo nel momento in cui guarisce.
Vi siete mai chiesti perché i rapporti tra le persone (le amicizie, le relazioni sentimentali, i matrimoni…) durano spesso molto poco, molto meno di quello che avevamo previsto o sperato, molto meno di quanto un normale rapporto dovrebbe durare? La risposta non è negli altri, ma in noi stessi.

Dobbiamo chiuderci a chiave nella nostra stanza, e non aprire a nessuno. Dobbiamo isolarci, e imparare a stare da soli. Dobbiamo imparare a sopportare la nostra presenza, a conoscere le pieghe più profonde e invisibili della nostra anima. Dobbiamo imparare a convivere con le nostre paure e i nostri sogni, a tollerare la nostra voce. Dobbiamo parlare a noi stessi, e poi ascoltarci con attenzione, e ridere dei nostri difetti per poi cercare di correggerli, e imparare a memoria il nome e il cognome delle nostre virtù per poi metterle al servizio dell’umanità.
Dobbiamo guardarci, e amarci. E solo quando avremo imparato ad amare veramente noi stessi, potremo aprire la porta della nostra stanza e uscire fuori, incontrare gli altri esseri di questo mondo, e vivere con loro.

martedì 16 gennaio 2007

Vino d'annata

Molti hanno sottolineato il fatto che “Un’ottima annata” (A good year) sia la prima commedia del regista britannico Ridley Scott (classe 1937). In realtà Scott aveva già fatto un’incursione nel genere tre anni fa, dirigendo “Il genio della truffa” con Nicolas Cage. Semmai, è la prima volta che mette in scena una commedia dichiaratamente sentimentale, senz’altro l’opera più leggera che abbia mai realizzato.
Essendo il vino il protagonista virtuale del film, la distribuzione italiana ha fatto uscire “Un’ottima annata” per le feste natalizie, forse per permettere agli italiani di digerire con un buon bicchiere di vino rosso i vari cinepanettoni e cinepandori.
In realtà il vino è solo un pretesto per raccontare la solita storia dell’uomo cinico e arrogante che ha smarrito il fanciullino (pascoliano) che è in sé e che riscopre i veri valori della vita grazie all’amore per una donna sensibile e seducente che lo redime.
Il cinico in questione è Max Skinner, squalo mangiasoldi il cui habitat naturale è il mondo glaciale ed arrivista dei broker nella City di Londra. Raggiunto dalla comunicazione della morte dello zio Henry, nella cui tenuta in Provenza aveva passato gli anni più belli della sua infanzia, Max parte per la Francia per riscuotere l’eredità (la tenuta stessa, con tanto di vigna). Arrivato nel suo “posto delle fragole” (cioè il luogo dei ricordi), o per meglio dire “posto del vino”, si lascia pian piano sopraffare dalla vita placida e sincera della campagna, e collassa del tutto quando incontra un’affascinante francesina che gli scongela il cuore.
Tutto già visto e rivisto, direte. Sì, eppure…
Eppure il film è pervaso da una leggerezza, da un senso di sospensione, da una innocente semplicità che lo rendono irresistibile.
E poi Scott gira che è una meraviglia…
E poi Russell Crowe (che interpreta Max) è come al solito fantastico…
E poi i comprimari strappano il sorriso…
E poi a un certo punto, nella scena più romantica, si presenta Jacques Tati alias Monsieur Hulot…

E poi, soprattutto, appare lei.

Si chiama Marion Cotillard. Provare a descriverla sarebbe come cercare di spiegare a un cieco le sfumature dell’arcobaleno.
Di lei so soltanto che è nata a Parigi il 30 settembre 1975, ha studiato alla scuola di recitazione di Orléans, vincendo il primo premio del suo corso, e prima di approdare al cinema ha lavorato in televisione.
Lancio un appello ai familiari e agli amici di Marion. Se state leggendo queste righe, vi prego di darmi il suo indirizzo.
Prenderò il primo aereo per la Francia, per incontrarla di persona.
Mi basterà guardare i suoi occhi dal vivo per accertarmi che siano veri.
Le dirò “Enchanté, ma chérie” e aspetterò che mi sorrida…
dopo di che potrò andarmene felice.





lunedì 15 gennaio 2007

Anime danzanti

Vienna. Teatro di Porta Corinzia. 7 maggio 1824.

Entro in punta di piedi. Mi faccio strada lentamente, e i miei passi smuovono l’aria attraversata dal mormorio della gente. Saluto i signori, bacio le mani delle dame, m’inchino. Abiti lussuosi e luccichii, il teatro è vestito a festa.
Trovo il mio posto in platea. Misuro la distanza che mi separa dal palco, le cui sedie vuote saranno riempite dai musicisti tra meno di trenta minuti.
L’attesa cresce, si può quasi toccare con mano. Guardo le persone sedute accanto a me, e quelle lontane, e penso a quelle che non riesco a vedere. Siamo pochi viennesi baciati dal privilegio di essere qui. Qui e ora. Ora e qui. Nessun altro posto della Terra è preferibile a questo, perché tra poco verrà eseguita per la prima volta la nuova opera del maestro, la nona sinfonia di Ludwig van Beethoven.
Noi saremo i primi esseri umani ad ascoltarla, nessuno prima o dopo di noi (fuorché i musicisti e il maestro stesso) hanno avuto o avranno questo immenso onore. Noi terremo a battesimo la Nona. Noi saremo gli angeli della musica che accompagneranno la nuova creazione nel percorso faticoso dei secoli a venire. Ciò che ci accingiamo ad ascoltare è adesso a noi sconosciuto, ma tra qualche ora apparterrà alla nostra anima. Per sempre.


Palermo. Teatro Politeama Garibaldi. 14 gennaio 2007

Il primo movimento del direttore d’orchestra, quel bacio dato dalla sua bacchetta all’aria… è come se avesse toccato un punto preciso dell’aria, innescando la musica, che soave e magnifica scaturisce ora dagli strumenti dell’orchestra. Mi sembra quasi di vederla, la musica, di vedere un fluido privo di colore e di forma, senza odore né sostanza. Mi sembra quasi di vederla volteggiare nell’aria, formando fiumi eterei che si intrecciano come stelle filanti e si avvicinano a noi. Mi sembra quasi di toccarla, ma posso solo sfiorarne la superficie, accarezzarne l’estremità.
E poi guardo il direttore d’orchestra, e guardo i musicisti. E accade qualcosa di straordinario. Accade che le loro anime, ad una ad una, escono dai loro corpi in forma di fantasmi. E salgono su, ormai liberate dalla forza di gravità. Salgono sulle nostre teste, e iniziano a danzare. Danzano accanto al loggione, danzano sospese sulla platea, danzano e si abbracciano tra loro, si scompongono in atomi invisibili per poi ricongiungersi in forme sempre nuove. E mentre i loro corpi sono lì, mani tremanti sui violini, a dar vita alla nona sinfonia, loro s’arrestano per un istante eterno.
In piedi, nel punto più alto e remoto del teatro, hanno visto l’ombra di una figura conosciuta. Hanno visto l’ombra del maestro, hanno visto l’ombra di Beethoven. Se ne sta lì, a contemplare la sua opera, ad ascoltare ad occhi chiusi. Quando compose la Nona era ormai quasi completamente sordo. Alla prima esecuzione viennese si accorse del successo solo quando il soprano gli indicò la folla plaudente che lo acclamava. Solo dopo che lasciò il suo corpo poté ascoltare con precisione perfetta la sua ultima creatura. E da allora vola da teatro a teatro, da città a città, da continente a continente per benedire l’esecuzione della sua sinfonia. Ed ad ogni occasione è come se l’ascoltasse per la prima volta.
Le anime danzanti dei musicisti l’hanno visto, e invitandolo a seguirle riprendono ora a danzare. E ad ogni tocco di violino cambiano colore, e ad ogni colpo di trombone mutano aspetto, e quando il tenore intona il suo Inno alla gioia anche la sua anima si aggiunge alle sue sorelle, e insieme avvolgono il teatro di incantevole armonia. Finché anche la mia anima, come richiamata da un voce arcana cui non può resistere, lascia il mio corpo per un istante, e si unisce alla danza di gioia.
E io piango, perché il mio cuore è stato ridesto.
Piango, perché ho appena toccato Dio.

domenica 14 gennaio 2007

Umiltà

Umiltà: Sostantivo femminile.

Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma di orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione.

Sentimento o atteggiamento di riverente sottomissione o di riservata modestia.

Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli


Umile nel contegno, più umile nel sentimento, umilissimo nella propria stima. Da nulla si poteva distinguere che questo principe di Dio aveva la carica di superiore, se non da questa fulgidissima gemma, che cioè era il minimo tra i minori. Questa la virtù, questo il titolo, questo il distintivo che lo indicava ministro generale. La sua bocca non conosceva alcuna alterigia, i suoi gesti nessuna pompa, i suoi atti nessuna ostentazione.

Pur conoscendo per rivelazione divina la soluzione di molti problemi controversi, quando li esponeva metteva innanzi il parere degli altri. Credeva che il consiglio dei compagni fosse più sicuro ed il loro modo di vedere più saggio. E affermava che non ha lasciato tutto per il Signore, chi mantiene il gruzzolo del proprio modo di pensare. Infine, per sé preferiva il biasimo alla lode, perchè questa lo spingeva a cadere, la disapprovazione invece lo obbligava ad emendarsi.

Tommaso da Celano, dalla “Vita seconda di San Francesco d’Assisi”

sabato 13 gennaio 2007

Cronache dal pianeta Terra

Era un pomeriggio sonnacchioso come tanti altri. E come molti altri stavo rincitrullendo davanti a quella scatola cubica posta al centro del mio salottino borghese piccolo piccolo.
Lì per lì non feci caso al rumore che proveniva dal giardino. In fondo si era trattato solo di un boato gigantesco seguito da terrificanti e prolungate scosse telluriche e dalla parziale distruzione della parete est del salotto medesimo.
Ma io stavo beatamente seguendo le disquisizioni esistenziali dei personaggi di Maria De Filippi. Ero dunque troppo assorto per avere percezione della realtà che andava oltre il confine della mia poltrona.
Sennonché dopo qualche secondo di silenzio un gigantesco calcinaccio si staccò dal soffitto precipitando senza paracadute sul mio nuovissimo tv color 24 pollici. E tutto ciò proprio mentre Genoveffa stava per confessare ad Ermenegildo che la sua avventura con Romeo era stata solo una “divagazione genitale” e non una “scelta neuronale” come qualcuno del pubblico aveva insinuato.
Arrabbiato e collerico (come ogni italiano a cui un calcinaccio distrugge il televisore), mi diressi in giardino per constatare l’entità dei danni.
Ed ecco apparire davanti ai miei allibiti occhi una specie di disco volante (ogni disco infatti è per definizione “volante”) posizionato nel bel mezzo della mia aiuola preferita, quella dei gelsomini.
Come nei migliori film di fantascienza lo sportello si aprì e vidi uscire un omuncolo di 70 centimetri scarsi, il quale con naturalezza si sedette sul mio prato e si mise a fumare un sigaro cubano.
Mi avvicinai con circospezione all’alieno, e stavo per chiedere qualcosa di banale del tipo: “Ma da che pianeta vieni?” quando lui mi anticipò chiedendomi: “Che ore sono?”
“Le tre e mezza del pomeriggio,” gli risposi.
“Che cos’è il pomeriggio?”, mi domandò.
Mi sentii improvvisamente come i concorrenti di “L’eredità” o “Chi vuol essere milionario?”. Forse dalla mia risposta sarebbe dipeso il futuro del pianeta Terra. Tremai di paura. E stetti in silenzio.
“Non importa,” mi fece lui, tranquillizzandomi. “Io mi chiamo
Arial Garamond Latha Trebuchet 34587 Sing Tau Green. Per gli amici semplicemente Arial. Piacere di conoscerti.”
Quello che seguì è troppo arduo da raccontare. Mi limito a dire che ospitai Arial nel mio appartamento.
E’ qui ormai da sei mesi, e sembra essersi ambientato alla vita terrestre. Tuttavia a volte il mio amico alieno trasecola di fronte a notizie apprese da quotidiani o telegiornali. La vita nel suo pianeta è molto diversa dalla vita terrestre.

Continua…

venerdì 12 gennaio 2007

La romanza di Tosca e l'invidia dello spettatore

Ieri sera mi trovavo al Teatro Massimo di Palermo per assistere alla Tosca (1900) di Giacomo Puccini (Lucca 1858 – Bruxelles 1924), per la regia di Gilbert Deflo e la direzione di Pinchas Steinberg.

Le luci si smorzano, il vociare indistinto diventa mormorio, il mormorio si appiattisce in flebile sussurro. Gli ultimi telefonini vengono spenti, gli ultimi (o quasi) colpi di tosse vengono dati. L’orchestra è già disposta. Flauti da una parte, oboi dall’altra. Due fagotti qui e quattro corni lì. Arpa e tamburo, tromboni e corno inglese.

Le luci si spengono. Entra il maestro, e giù i primi applausi. L’orchestra è pronta, le braccia tese, le mani sudate, il cuore accelera i suoi battiti. Permane un bisbigliare fastidioso. Qualcuno invita cortesemente al silenzio con un classico sssssssttt!

Tutto tace.

Il maestro impugna la sua bacchetta e con un secco, rapido colpo, dà il via alla musica.

Il sipario si apre, la scenografia si manifesta. Lo spettacolo ha inizio.

Avrei voluto continuare, parlarvi del I Atto, parlarvi di emozioni e sentimenti, di morte e di amore, di Scarpia e di Cavaradossi. Ma son costretto a ripiegare su ben più meschino argomento. Il pretesto me l’ha dato l’episodio sconcertante e indicativo avvenuto nel bel mezzo della rappresentazione. E di questo ora vi parlo.

Siamo a metà del secondo atto. Il soprano (Tosca) ha appena finito di cantare la celebre romanza “Vissi d’arte”. E’ il momento più alto della seconda parte dell’opera, ed è senza dubbio il momento più importante per il soprano.
Lei è stata brava (forse non è stata la migliore interpretazione nella storia universale del teatro dei cinque continenti, ma è stata brava).
Partono gli applausi spontanei del pubblico.
Quando gli applausi finiscono, il direttore d’orchestra è pronto a far ripartire la musica.
Ci sono cinque secondi di silenzio.
Al sesto secondo, accade l’imprevisto.
Un signore del palco, nel silenzio generale, con tono sprezzante urla ad alta voce al soprano:

“Potevi fare meglio!”

Cala il gelo. Un silenzio assoluto piomba sul teatro e attanaglia palcoscenico e spalti in un’unica morsa letale.
Dieci secondi dura quel silenzio. Dieci secondi di sconcerto, di attesa, di pensieri.
Il silenzio si prolungherebbe all’infinito se non intervenisse un evento direttamente proporzionale alla causa del silenzio stesso. Un deus ex machina che risolvesse la delicata questione permettendo all’opera di ripartire.
Quell’evento accade.
Allo scoccare dell’undicesimo secondo, il direttore d’orchestra si rivolge al tizio che aveva espresso pubblicamente il suo dissenso e con tono stentoreo gli rammenta ad alta voce:

“E’ facile criticare da là!”

Scatta l’applauso del pubblico.
E’ un applauso caldo, sincero, scrosciante. E’ un applauso rivolto non tanto al direttore d’orchestra, cui va la nostra ammirazione, ma al soprano, cui va il nostro sostegno morale. Un applauso lungo, che è uno schiaffo metaforico a quel signore privo di tatto e di eleganza.
Il soprano recepisce quell’affetto. Ringrazia con i gesti delle mani, coprendosi poi il volto per trattenere le lacrime. Ed è lì, in quel preciso momento, in quell’istante empatico della commozione altrui, che noi abbandoniamo le nostre sedie di spettatori per raggiungere, seppur coi nostri spiriti invisibili e non coi nostri corpi prigionieri della gravità terrestre, il palcoscenico. Ora siamo accanto a lei, siamo accanto all’artista bisognosa del nostro sostegno, del nostro appoggio di spettatori e di esseri umani.
Quell’applauso è stato un fuoco, acceso dalla scintilla del direttore d’orchestra (eletto insidacabilmente a mio eroe personale) che ha alimentato il furore e la calma necessari al soprano per continuare a recitare.
Terminato l’applauso, il silenzio. Terminato il silenzio, tornata la musica. Il secondo atto atto è ripreso, come se non fosse successo nulla. Ma qualcosa era successo.

Torniamo indietro. Torniamo a quei fatidici dieci secondi.
Stavolta non guardiamo la questione dal punto di vista di noi spettatori, ma simuliamo un balzo felino che ci proietti sul palcoscenico. E non limitiamoci a stare accanto al soprano, ma cerchiamo di diventare il soprano, di perderci all’interno dei suoi pensieri, di immedesimarci nell’unicità della sua anima.
Quella frase rivolta dallo sconosciuto non è stata solo una semplice mancanza di rispetto, di tatto, di sensibilità. E’ stata una pugnalata al cuore, una deliberata e agghiacciante umiliazione pubblica.
Dietro un’interpretazione (e qui non stiamo parlando di un saggio scolastico di fine anno, ma della Tosca di Puccini) ci sono anni di sacrifici, di rinunce, di prove, di estenuanti ore passate a imparare, a migliorarsi, a cercare di varcare l’invisibile linea di demarcazione tra l’interpretare un ruolo e il vivere un ruolo. Dietro c’è passione, c’è orgoglio, c’è un cuore che batte.
E poi, dopo sangue sudore e lacrime, dopo ripide salite e porte in faccia, ti ritrovi lì, sul palcoscenico, a dover superare l’ansia della prestazione e la paura del pubblico. Devi fermare le tue mani che vorrebbero tremare. Devi trovare dentro di te la calma necessaria e la concentrazione perfetta. Devi spogliarti di te stesso per diventare un altro (Stanislavskij) o estraniarti dall’altro al punto da guardarlo dall’esterno (Brecht). Devi offrire la tua anima nuda a centinaia di persone che hanno pagato per vederla. E non puoi sbagliare, non puoi fallire, non puoi simulare. Devi essere perfetto/a.
E sei lì, alla metà del secondo atto. E’ il tuo momento. E’ il tuo grande momento.
Stai cantando “Vissi d’arte, vissi d’amore…”. E in quel “Vissi d’arte” c’è tutta te stessa. In quel “Vissi d’arte” c’è una dichiarazione autobiografica, un futuro testamento spirituale, una verità che travalica confini e barriere. In quel “Vissi d’arte” c’è tutta la tua vita di soprano e di artista, di attrice e donna.
E quando hai finito e sei arrivata alla cima della montagna, ecco che uno di quegli sconosciuti a cui hai dato l’anima ti butta giù con tre parole.

Tre parole scaturite da che cosa? Mancanza di educazione, arroganza, esibizionismo…
La questione è molto più complessa. Forse il tizio si è voluto fare bello davanti alla sua ragazza, o ha voluto dimostrare la sua indiscussa (per lui) competenza critica. Ma, molto più banalmente, la sua frase al vetriolo è scaturita da una latente invidia; la classica invidia che l’uomo comune prova nei confronti dell’artista. In verità questa invidia è mal riposta, poiché l’artista è anch’egli un uomo comune che ha scoperto di avere un talento e lo ha manifestato. L’uomo comune in genere è invece un tizio che non sa riconoscere il proprio talento e, dunque, si ritiene inferiore all’artista.
Ma l’idraulico che fa il suo lavoro con straordinaria competenza e infallibile affidabilità, è un artista nel suo lavoro. Il medico che non sbaglia mai una diagnosi e unisce alle conoscenze acquisite un formidabile intuito è un artista nel suo campo. Il genitore che sa educare i propri figli a vivere la vita anziché limitarsi ad attraversarla è un artista anch’egli.
Solo che questi artisti non ricevono applausi alla fine delle loro performance.
Mentre gli attori, i registi, i pittori, gli scrittori, i musicisti, gli scultori, sì.
Ecco allora l’invidia. Ecco allora il risentimento. Ecco pensieri del tipo:

“Vorrei essere nei tuoi panni. Non mi sento inferiore a te, razza di fortunato incompetente!”
Impotenti di fronte al talento altrui, ci vendichiamo esercitando il potere che da sempre ogni spettatore ha sull’artista: il dissenso manifesto. Ma confondiamo il diritto di dissentire con la pretesa di umiliare.
Alcuni artisti hanno il privilegio di poter essere insultati solo dopo che hanno completato la loro opera.
Esempio: a me non può capitare che, mentre scrivo un romanzo, un tizio piombi a casa mia dicendomi: “Fai schifo, un cane scrive meglio di te. Vai a lavorare in miniera invece di sprecare il tuo tempo a sentirti un novello Proust!
Ma ad un attore questo privilegio non è concesso.

Per la cronaca, l’opera è andata avanti regolarmente fino alla conclusione del terzo e ultimo atto. Gli applausi finali si sono protratti per vari minuti.
Sono uscito dal teatro rimuginando questi pensieri.
Fuori la vita e le auto scorrevano con la consueta frenesia.
Ho alzato lo sguardo verso l’alto.

E lucevan le stelle




giovedì 11 gennaio 2007

Possessori di cervello e serate televisive

Le sere trascorse in casa, per molti di noi, sono spesso fonte di noia e rassegnazione. Le prime serate televisive propinano fiction uguali a se stesse e programmi inguardabili (con le dovute e rare eccezioni). In compenso si è persa l’abitudine di passare le serate seduti in poltrona accanto al camino (o, per meglio dire, alla stufa) a leggere un buon libro. Io ho risolto il dilemma molti anni fa, quando ho fatto l’incredibile scoperta di possedere un cervello. In quanto possessore di cervello ho pensato che avevo la facoltà di decidere da me il mio palinsesto televisivo, anziché subirlo da altri. Così ho iniziato a vedere i film che volevo vedere usufruendo del videoregistratore (e oggi del lettore dvd).

Oggi me la passo decisamente bene. Da buon cinefilo onnivoro ho una videoteca con più di 2.000 film. Un buon centinaio (registrati nel corso degli anni o comprati in offerta in qualche mercatino dell’usato) non li ho mai visti. Così mi ritrovo la sera (quando sto a casa) a poter scegliere di vedere un film che non conosco per la prima volta o rivedere un film che amo per la seconda, terza, decima volta. Posso scegliere tra tutti i generi cinematografici (perché ho film di tutti i generi) e tra tutte le epoche (perché ho film dal 1902 a oggi).
Così magari una sera sono un po’ giù di morale e mi faccio risollevare da una commedia di Billy Wilder o Blake Edwards. Un’altra sera sono pervaso da dubbi filosofici e scelgo come compagno un film di Bergman o Tarkovskij. Un’altra sera voglio un po’ d’adrenalina e metto un horror o un film d’azione. Quando ho desiderio di leggerezza non c’è niente di meglio che un musical con Fred Astaire e Ginger Rogers o Gene Kelly. Poi ci sono le sere in cui prevale il mio inguaribile sentimentalismo, e allora ecco un mèlo di Douglas Sirk o una commedia romantica di Lubitsch. Se invece sono in vena di grasse risate ci sono sempre gli amici Totò, Jacques Tati, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio o Peter Sellers a darmi una mano. Se mi va di vedere un western ecco pronti Ford, Hawks, Leone. Se voglio viaggiare nella storia ho i kolossal di William Wyler e David Lean. Se voglio viaggiare nel tempo ricorro al mio genere preferito, la fantascienza. E se ho voglia di film recenti scelgo gli ultimi Spielberg, Weir, Mann, Burton, Eastwood.
Mentre voi poveri umani state lì a dover scegliere tra il nulla e il niente, io passo le serate in compagnia di Hitchcock, Kubrick, Dreyer, Welles, Truffaut, De Sica (padre).

Perciò, anziché lamentarvi che in televisione non fanno mai niente di interessante e scegliere il male minore, siate padroni delle vostre serate a casa. Se siete amanti del cinema registrate o comprate o noleggiate bei film, e guardateli. Se siete amanti della musica, passate le serate in compagnia di Mozart o Debussy o Chopin o (mamma mia…) Laura Pausini. Se vi piace leggere scegliete un romanzo e leggetelo. Se volete fare qualcosa con vostra moglie (o marito) fate l’amore, o giocate coi vostri figli, o parlate di ciò di cui volete parlare, o giocate a Monopoli. Non siate succubi delle emittenti televisive, ma scegliete voi come impiegare il vostro tempo, proprio perché è vostro. E così non mi verrete più a dire: “uffa, non c’è mai niente in televisione!”, per poi rassegnarvi a subire passivamente il puntatone finale di “C’è posta per te”.