martedì 29 gennaio 2008

Coincidenze

Io non credo alle coincidenze. Forse dipende dalla mia fede, dalla fede in un mondo che non si è creato da solo. Un mondo dove nulla è lì per caso. In venticinque anni mi sono capitate una quantità industriale di quelle che i più chiamano “coincidenze”. Ma le coincidenze non esistono. E’ una questione matematica, se vogliamo. Una coincidenza può essere una coincidenza. Due coincidenze possono essere una coincidenza. Tre coincidenze possono essere una coincidenza. Ma una ventina di coincidenze io comincio a chiamarle segni. Segni di che? A me piace pensare: segni che Dio manda nella mia vita per dirmi qualcosa. Perché Dio parla. Ma essendo un genio incomprensibile non si abbassa soltanto a dirci esplicitamente quel che noi non sappiamo (attraverso i testi sacri, per esempio). No, utilizza le nostre parole e i nostri gesti per dirci quel che dobbiamo sapere. Si serve delle persone che ci circondano per farci recapitare il messaggio. Come un artista d’avanguardia.

L’ultima volta che mi ha parlato? Poche ore fa. Stamattina ero un po’ giù. Banalissimo e consueto breve momento di scoraggiamento. Pensavo al mio futuro. Pensavo alla mia ossessione per la perfezione, al sogno di una vita perfetta. Quella con il lavoro perfetto, la moglie perfetta, i figli perfetti e gli amici perfetti. Quella con la salute tutto l’anno, il governo stabile, i vicini di casa simpatici e i momenti di depressione in soffitta. Poi ho guardato il presente: niente di tutto questo.

Stasera mi collego a internet, e faccio una visita al blog di un amico. E lì trovo una riflessione sulla perfezione. Di più: trovo una citazione tratta da una canzone di Niccolò Fabi. Una canzone che non ho mai sentito e di cui non conoscevo l’esistenza. Una canzone che fa: costruire è sapere rinunciare alla perfezione. Assimilo, ma non vengo colpito più di tanto. Non c’è niente da fare: quando Dio ci parla piano noi non siamo in grado di ascoltarlo, se il nostro orecchio è poco sensibile. Abbiamo bisogno di una seconda scossa. Di una voce più forte. Abbiamo bisogno che la stessa cosa ci venga ripetuta una seconda volta. Esco dal blog. Il mio coinquilino, improvvisamente, si mette ad ascoltare musica nella sua stanza. Non l’aveva mai fatto. Il volume è abbastanza alto perché ascolti la musica. Passa la prima canzone (una ballata rock) Esco da internet. Passa la seconda canzone (un rap). Spengo il computer. Passa la terza canzone e… mi sembra di riconoscere il cantante. E’ italiano, ha una voce delicata. E’ lui, è Niccolo Fabi. Mi fermo, come paralizzato. “No, non è possibile,” penso tra me e me cominciando ad ascoltare le parole di quella canzone. E’ una canzone che non ho mai ascoltato prima. “No, non può essere lei. E’ impossibile,” ripenso mentre sto immobile ad ascoltare, aspettando che il cantante intoni quelle parole. E poi, come una rivelazione, come un lampo, come una freccia al cuore, Niccolò Fabi, dal portatile del mio coinquilino, canta: costruire è sapere rinunciare alla perfezione. La canzone finisce. Io rimango seduto una mezz’oretta a meditare. Qualcuno parlerebbe di coincidenza. Coincidenza di che? Quante probabilità c’erano che si venisse a creare la seguente situazione?

1) Proprio stasera io vado a vedere il blog del mio amico (che non visito da quasi un mese).
2) Lui parla nel suo blog di quello a cui io pensavo stamattina.
3) Lui sceglie, per parlare dell’argomento, il testo di una canzone che io non conosco.
4) Il mio coinquilino, per la prima volta, si mette ad ascoltare musica.
5) Tra le migliaia di canzoni possibili, mette su proprio quella canzone lì…
6) … E lo fa pochi minuti dopo che io avevo letto il testo della canzone su internet.

Ho vissuto talmente tanti episodi di questo genere che potrei scriverne un libro intero. Eppure ogni volta è come la prima volta. Ogni volta rimango lì, immobile, paralizzato. Come potrebbe essere altrimenti? Come vi sentireste voi se Dio vi parlasse? Ho posto una domanda al cielo. Ho ricevuto una risposta. Attraverso un amico lontano mille miglia e un canzone che non avevo mai sentito. Chi ci crede ci creda, chi non ci crede s’arrangi. Accendete la radio mentre mi state leggendo. Magari stanno trasmettendo la canzone di Niccolò Fabi…

lunedì 17 dicembre 2007

In cima al mondo

"E' tutto diverso da qui. Le città , le nuvole, l'aria che respiro."
"Siamo in cima al mondo, amico mio."
"Se ripenso ai sacrifici che abbiamo fatto per arrivare qui..."
"La ricompensa vale tutta la nostra fatica."
"Sognavo di raggiungere la vetta sin da bambino."
"Io ero già stato qui. Diciassette anni fa. Mi sembra sia passata una vita intera."

giovedì 1 novembre 2007

Rari momenti di consapevolezza

Capita, a volte, che tutto il mondo che noi conosciamo, tutto ciò che noi conosciamo come mondo, sparisca dalla nostra mente. La nebbia si dirada, e di colpo ci ritroviamo affacciati su un panorama che non avevamo mai visto, anche se è sempre stato là, davanti a noi.
Capita che ti ritrovi fuori dal tuo corpo, ma non nel senso che avverti una presenza estranea dentro di te. E’ come se tu, qui ed ora, fossi veramente ciò che sei. Ti ritrovi nudo, e la tua nudità ti consente di entrare in contatto con il mondo in cui vivi. Così puoi lasciarti toccare dal vento, e sentire il suo sapore. E puoi lasciarti toccare dalla luce e respirare il suo odore. Ti trovi in un punto preciso del tempo e dello spazio. Sei collocabile in una determinata posizione geografica. Ma in realtà trascendi queste coordinate, perché tu sei tu, finalmente, assolutamente e magnificamente. E il mondo che guardi, respiri, odori, tocchi è il mondo. Oltre la nebbia, oltre il vuoto, oltre se stesso.
Capita troppe poche volte, ma quando accade… quando accade è come una nuova nascita, è come morire e sentirsi ancora lì.
Io li chiamo rari momenti di consapevolezza.
Può essere qualcosa di apparentemente banale a scatenarli. La visione di un film, la frase letta in un libro, lo sguardo di uno sconosciuto per strada, un sogno ad occhi aperti. Un momento prima eri una persona, un momento dopo sei un altro. Cammini per strada, ma è come se danzassi sul marciapiede. Anzi, i piedi per terra nemmeno li metti, stai sospeso. E cammini, ma non cammini come fai tutti i giorni, col passo rapido di chi deve andare da qualche parte. Perché tu non devi andare da nessuna parte.
Perché tu sei tu. E lo sei ora, qui e adesso.
Ma un momento prima non lo sapevi, e forse non l’hai mai saputo. E allora cammini, e ti lasci toccare dalla vita, in ogni parte del tuo corpo. E ti ricordi di avere un corpo, e che ogni sua parte è meravigliosamente unica, è meravigliosamente tua. Ma non sei solo questo. Partecipi di ciò che ti circonda. Sei nell’aria che respiri. E continui a camminare, senza sapere dove stai andando, lasciandoti guidare da visioni, scorci di palazzi mai visti, là dove tira il vento, oltre uno sguardo morto che non ti appartiene più. La gente ti passa accanto. Parlano, pensano, camminano. E sono sorprendentemente ignari di tutto. Percepisci la loro pesantezza. Non stanno vivendo. Sono in trance, come tu lo eri un momento fa, prima di svegliarti.
Capita che vai avanti così, senza meta, di strada in strada, inseguendo il vento. E trovi regali inaspettati, cose mai viste, e il tuo sguardo non è mai pago di visioni inattese. E tu non pensi, perchè qualsiasi pensiero non ha senso, tutte le cose della vita non hanno senso se tu provi a dargliene uno. Se cerchi il senso non lo sei. Se cerchi un cerchio stai fuori dal cerchio. O sei dentro, ma non lo sai. Il mondo gira, ma non t’importa. Hai smesso di cercare l’universo. Tu sei l’universo. Qui e adesso.

Era da tempo che non mi capitava un raro momento di consapevolezza. Oggi è accaduto questo, alle 17.15 di questo piovoso giovedì di novembre. Fuori dal cinema Fiamma, a Roma. Dopo aver visto Un’altra giovinezza di Francis Ford Coppola. Un film che parla di eternità.





lunedì 29 ottobre 2007

Martedì 30 ottobre

Scritto da Gualtiero De Marinis su Film Tv n.42

Volevo dirvi una cosa. Martedì 30 ottobre su La7 c’è Marco Paolini con Il sergente, ispirato a Il sergente della neve di Mario Rigoni Stern. Così magari vi preparate. Voglio dire, disdite gli appuntamenti, dite alla zia di passare un’altra sera, avvisate gli amici. Così magari smettete di piangervi addosso. Di venirmi a raccontare che non c’è mai niente in televisione. Perché c’è Marco Paolini martedì 30 ottobre su La7 con Il sergente. Così magari la smettete di dire che tutti i programmi più belli vanno sempre in onda a notte fonda. Perché va in onda alle 21,30 Il sergente di Marco Paolini, martedì 30 ottobre, su La7.
Scrive Aldous Huxley nel Mondo nuovo che 625.000 ripetizioni fanno una verità. Io non credo di riuscirci a dirvi per 625.000 volte che martedì 30 ottobre c’è Marco Paolini su La7. Ma intanto comincio. Io poi vi capisco. Anche voi avete i vostri problemi. Perché il mondo va in rovina, non si riesce più a vivere, la politica è tutto un magna magna, perché destra e sinistra sono uguali, perché c’è la criminalità e ci sono i rom e i romeni. Perchè magari credete che rom sia un diminutivo di romeni. Come viene fuori anche da un post di Grillo che singolarmente sostiene che con l’invasione dei rom/romeni i nostri confini siano stati “sconsacrati”. Una considerazione che non si sentiva più almeno dagli anni 40.
Tutte queste cose, lo capisco, vi stanno a cuore. Però io ho una buona notizia. Martedì 30 ottobre su La7 c’è Marco Paolini con Il sergente. Così potete smettere, almeno per una sera, di lamentarvi. O di piagnucolare perché c’è sempre qualche cattivo che vi impedisce di fare le cose che vorreste fare. Basta sintonizzarsi su La7 alle 21,30 di martedì 30 ottobre per vedere Marco Paolini ne Il sergente.
Adesso aprite il programma di posta e spedite la notizia a 10 amici entro un’ora. Perché questa è una catena. Disgraziatamente non posso promettervi nulla. Né che vincerete alla lotteria, né che i vostri sogni più intimi verranno realizzati. Ma vi giuro che se guardate Paolini vi si apre la testa.

P.S.: Lapis mi suggerisce di fare un pezzo sul fatto che martedì 30 ottobre c’è Paolini su La7 con Il sergente. Non è una brutta idea. Forse lo scrivo.

sabato 27 ottobre 2007

L'uomo di ghiaccio e il sole del Brasile



Una settimana fa…

C’era una volta un omino brutto e calvo che per vincere mandava spioni professionisti a rubare i segreti della squadra avversaria…

Ma il re, venuto a conoscenza della cosa, si limitò a dargli un buffetto sulla guancia.

C’era una volta l’uomo cioccolata, che era talmente bravo da credersi un dio, e che in quanto divinità si concedeva ogni tanto scorrettezze di vario genere…

Ma il re, ammaliato dalla sua bravura, si limitò a rimproverarlo in privato senza punirlo.

E poi c’era l’uomo di ghiaccio venuto dal nord, che silenzioso nella sua tuta rossa lavorava giorno dopo giorno, senza rispondere alle provocazioni. E che credeva ai miracoli…

Finché un giorno il sole del Brasile bruciò la testa pelata dell’omino e sciolse l’uomo di cioccolata. L’uomo di ghiaccio, invece, rimase in pista. I raggi sciolsero il ghiaccio, ma sotto batteva un cuore rosso…

GRAZIE KIMI

venerdì 12 ottobre 2007

Un sogno

Cos’è che ci spinge ad andare avanti anche quando tutto l’universo sembra correre nella direzione opposta alla nostra? Me lo domando spesso, in questi giorni. E me lo domando mentre guardo la gente camminare per strada. Per alcuni è un figlio appena nato, o il primo contratto di lavoro, o il primo bacio a una ragazza, o una vincita al lotto, o una vacanza al mare, l’estinzione del mutuo, l’auto nuova, il Natale. Ma può bastare anche un tramonto, una cena in famiglia, un film al cinema, un gatto che fa le fusa, la tua canzone preferita, quell’amico ritrovato, un gol, la domenica mattina, un pasto caldo, la carezza che aspettavi da mille anni?
Forse no, forse sì, forse niente basta ma tutto è necessario.
Cos’è che mi spinge ad affrontare la bufera che si è abbattuta sulla mia vita? Cos’è che mi fa andare avanti? Vorrei poter dire la fede. No, non è la mia piccola fede. Vorrei poter dire le persone che mi amano. No, ce la mettono tutta ma non basta. Vorrei poter dire la consapevolezza di essere fortunato. No, il mio ego meschino lo ignora. Allora cos’è, cos’è questo motore furioso che mi spinge oltre ogni ostacolo con la forza di cento turbini maestose?

Un sogno, soltanto un piccolo sogno. La mia anima vorrebbe rivelarvelo, ma il mio cuore timido tace. Gli basta sapere.

Povertà

Dietro lo splendore delle antiche rovine, dietro il lusso e il fasto, i multiplex e i teatri, i ristoranti e le università, i musei e le gallerie, c'è un'altra Roma, nascosta, invisibile, sotterranea.
E' la Roma dei poveri, di cui nessuno parla. Non ci fai caso se sei un turista, non ti interessa se sei di passaggio. Ma viverci ti costringe a guardare con occhi più profondi la realtà.
I poveri vivono sotto i ponti che sovrastano il lungo Tevere. Vivono in mezzo alle rovine dell'antico impero, in case di cartone che si piegano al minimo soffio di vento. Vivono davanti le chiese, ad elemosinare qualche spicciolo ai fedeli che entrano, o nei sotterranei delle metropolitane, coperti di stracci e sdraiati per terra. Alcuni si spostano da un quartiere all'altro, da una metro all'altra. Altri, come la signora che incrocio ogni pomeriggio nella fermata metro "Re di Roma", stanno sempre nello stesso posto, sempre con la faccia scarna e triste, con la scodella pronta ad accogliere la carità altrui.
C'è chi ti ferma per le strade, e magari non parla una parola d'italiano. C'è chi è italiano dalla nascita e disgraziato da pochi anni, o da decenni. Ci sono quelli invadenti, che quasi pretendono un tuo atto di carità, e quelli schivi e riservati, il cui sguardo rivolto al pavimento è ormai piegato dalla fatica del vivere.
Nessuno parla di loro, ma te li ritrovi davanti in ogni zona di Roma.
Ormai, capito l'andazzo, e trovandomi nell'impossibilità economica di dare molto, esco di casa preparandomi da parte monete da 5, 10, 20 centesimi. Perchè non puoi decidere, in base a nessun criterio, di dare ai primi tre mendicanti e rifiutare ai successivi quattro. Meglio perciò dare poco ma a tutti. Non sempre ho con me questi spiccioli, e allora sono costretto a passare avanti, a ignorarli, mentre il senso di colpa mi assale e una vocina interiore mi dice quanto faccio schifo e quanto poco valgo. Una grande città come Roma ti mette costantemente di fronte a queste situazioni. Mi aiuterà a crescere, penso.