mercoledì 15 agosto 2007

A proposito di paesi civili

Due tra i miei paesi preferiti (???), Gli Stati Uniti e l’Iran, fanno ancora parlare di sé.
Nel pacifico paese iraniano governato dal barzellettiere Mahmud Ahmadinejad (la sua battuta più famosa è: “L’olocausto non è mai esistito”) nelle ultime settimane c’è stata una incredibile escalation di esecuzioni. E’ superfluo ricordare che nel civilissimo Iran la condanna a morte è legale e ampiamente praticata, e che gli omicidi (pardon, le esecuzioni) avvengono per impiccagione in pubblica piazza. Ogni tanto, nel silenzio generale, c’è qualcuno che alza la mano – come faceva il timido studente sui banchi della scuola elementare – per chiedere il permesso di parlare; per dire che, forse, uccidere sette-otto esseri umani al giorno è un tantino esagerato e, forse, bisognerebbe dare una ridimensionata a questa abitudine quanto meno discutibile, soprattutto se le immagini delle impiccagioni fanno il giro del mondo rischiando di impressionare i nostri cari bambini occidentali traumatizzabili. Incredibile ma vero, a parlare questa volta è stato il governo italiano, che ha espresso “forti inquietudini” sull’escalation di condanne nel paese arabo.
La risposta del barzellettiere non si è fatta attendere. Il comunicato da Teheran recitava così: “Ogni paese indipendente combatte il crimine secondo le sue leggi, e ogni interferenza in questo campo è un’interferenza negli affari interni di un paese.” Insomma, fatevi gli affari vostri e lasciateci ammazzare in pace tutti quelli che vogliamo ammazzare.
Personalmente manderei a quel paese (che non è l’Iran) il barzellettiere e i suoi affari interni…

E passiamo ora all’altro civilissimo paese (in cui, manco a dirlo, è praticata la pena di morte). L’incommensurabile George W. gongola di felicità dopo che il Congresso ha approvato una legge che rende più “difficile” l’ingresso negli Stati Uniti.
L’idea del geniaccio texano è semplice: per evitare nuovi attacchi terroristici al paese, basta chiuderci dentro, come i cowboys nel fortino assediato dagli indiani. Se nessuno riesce ad entrare, chi ci potrà fare del male? La legge approvata è un primo passo per la realizzazione della Grande Idea, rendere gli Stati Uniti un paese chiuso, un eden in cui può vivere solo chi è nato e cresciuto yankee, a pane e Super Bowl, e tutti gli altri possono stare alla larga, dai cugini canadesi agli altezzosi europei, dai visi pallidi australiani ai mandarini cinesi, dai neri dello Zambia agli amiconi arabi.
La legge, in poche parole, rende più difficile ottenere i visti d’ingresso negli Stati Uniti, anche quelli turistici. A partire dal 2008, grazie a un rigoroso sistema elettronico, il viaggiatore che incautamente vuole avventurarsi nella terra di Abramo Lincoln e John Wayne dovrà chiedere l’autorizzazione all’ingresso negli USA precisando in dettaglio date e tappe del suo viaggio. La normativa concede al governo americano il potere di non concedere il visto a chi sia ritenuto in qualche modo sospetto.
Vi rendete conto? Sono finiti i bei tempi in cui si partiva all’avventura, decidendo di giorno in giorno le tappe di un viaggio, esplorando guidati dal caso e dall’istinto un paese straniero. Andare negli Stati Uniti da oggi vi costerà almeno un mese di preparativi. Dovrete stabilire nel dettaglio tutto: i giorni e i luoghi di permanenza, quali mezzi di trasporto prendere e a che ora prenderli, quali città visitare e in che giorno visitarle. E se per caso doveste imbattervi in un contrattempo qualsiasi, o decideste per un qualsiasi motivo di volervi recare a Boston anziché a Chicago il venerdì mattina, guai a voi! CIA, FBI, POLIZIA ed ESERCITO vi bloccherebbero all’aeroporto rispedendovi a calci nel sedere nel paese ostile da cui provenite.

Ve l’immaginate la scena? Voi siete lì, tranquilli tranquilli in aeroporto, in bermuda e infradito, quando piomba sul posto un’armata di marines cazzuti col mitra in mano.
“Fermi tutti!” fanno i marines. “Voi non siete dove dovreste essere!”
E voi, esterrefatti, avete appena il tempo di biascicare un improbabile “bah… verament…” che loro già vi elencano i misfatti di cui vi siete incontestabilmente macchiati:
“All’ingresso nel nostro civilissimo e amatissimo e democraticissimo e perfettissimo paese avete dichiarato che oggi, 13 agosto, alle ore 15.56, sareste stati all’interno dei confini della città di New York. Invece vi trovate qui, in un luogo in cui non dovreste essere. Questo è un chiaro segnale che avete intenzioni ostili nei confronti degli Stati Uniti d’America. A causa del vostro atteggiamento fortemente sospetto dobbiamo riportarvi nel vostro ostile paese d’origine. Se fate resistenza saremo costretti a usare la forza.”
E così voi, fortemente sospetti in bermuda e infradito, farete ritorno prima del tempo nel vostro ostile paese d’origine, Calascibetta in provincia di Palermo (noto covo di terroristi), scortati dai marines in tuta mimetica.

Io, per non correre rischi, ho già cominciato a pianificare il mio viaggio negli Stati Uniti, previsto per l’estate del 2015. Ho già buttato giù una lista provvisoria degli spostamenti del primo giorno, da consegnare ai miei amici della dogana americana.

Ore 07.45. Mi alzo e vado al cesso della camera del mio albergo, situato in via ****

Ore 8.00. Mi infilo le scarpe da tennis pronto per uscire.

Ore 8.05. Entro nell’ascensore dell’albergo, scendo a piano terra, saluto l’addetto alla reception ed esco fuori.

Ore 8.10. Imbocco la strada alla destra dell’albergo, cammino per 35 metri, poi mi infilo nel vicolo sulla sinistra, mi fermo 10 secondi per guardare l’insegna di un barbiere italo-americano, poi proseguo, sempre a piedi, per 400 metri…

martedì 7 agosto 2007

Il Michelangelo del Novecento


24 ore dopo Bergman, un altro gigante del cinema ci ha lasciato. Siamo tutti un po' più orfani da quando Michelangelo Antonioni non è più tra noi.
Regista che ha filmato l'incomunicabilità tra gli uomini, scandagliando l'animo umano in profondità, immergendo i suoi personaggi in un paesaggio che nessuno sapeva riprendere come lui, Antonioni credeva nel suo ritmo lento e ipnotico, nella forza delle sue immagini, in lunghe sequenze silenziose e senza dialogo. Come l'estenuante piano-sequenza finale di Professione: reporter, o la memorabile partita a tennis senza pallina del finale di Blow-Up.
E' perciò con le immagini dei suoi film, più che con le parole, che porgo al Maestro il mio piccolo saluto.

Galleria fotografica Antonioni

martedì 31 luglio 2007

Ciao, Ingmar. E buon viaggio

Può accadere che la morte di un vecchio signore nato nel 1918 e mai conosciuto di persona possa farmi sentire triste, farmi sentire mancante?
Sì, può accadere, se la persona in questione ha avuto un ruolo importante nella mia formazione, nell’evolversi dei miei pensieri, nel lento formarsi del mio sguardo sul mondo.
Ieri, all’età di 89 anni, si è spento nel silenzio e nella pace della sua casa svedese, Ingmar Bergman, uno dei più grandi registi della storia del cinema, un gigante del pensiero, il filosofo della settima arte.
Con i suoi film esistenziali, mai banali, ricchi di spunti di riflessione profondi e incisivi, introspettivi fino all’estremo, colti, mai compiaciuti, io ci sono cresciuto.
Sono cresciuto coi primi piani di Liv Ullmann e Ingrid Thulin, con lo sguardo scarno di Max Von Sidow, con i paesaggi svedesi e i dubbi sull’esistenza di Dio, i dialoghi infiniti sulla vita e sulla morte, il dolore, la fanciullezza, i ricordi, lo scoppio di risate, le lacrime, i sogni.
L’artefice di tutto questo non c’è più. Sta percorrendo l’ultimo viaggio, verso la meta che ha sempre cercato, l’ignoto che lo attende.
E allora potrei parlarvi del professor Isak Borg, settantottenne batteriologo, che è entrato nella mia vita di spettatore con queste parole: “I nostri rapporti col prossimo si limitano per la maggior parte al pettegolezzo e a una sterile critica del suo comportamento. Questa constatazione mi ha lentamente portato a isolarmi dalla cosiddetta vita sociale e mondana. Le mie giornate trascorrono in solitudine”, prima di percorrere il lungo viaggio verso Stoccolma (dove si celebrerà il suo giubileo professionale) fermandosi nei luoghi in cui era stato felice in gioventù, nel luogo dei ricordi, nel Posto delle fragole. O potrei parlarvi del dolore di Sussurri e Grida, della gaiezza di Sorrisi di una notte d’estate, della vendetta di La fontana della vergine, del rigore di Luci d’inverno, dell’esemplarità di Scene da un matrimonio.
Ma dato che stiamo parlando di una morte, non posso che citare Il settimo sigillo, forse il film che più di ogni altro mi ha fatto innamorare della poetica di Bergman.
Il settimo sigillo è l’ultimo di quelli che, secondo l’Apocalisse di San Giovanni, impediscono la lettura del libro tenuto in mano da Dio. Il settimo è dunque l’ultimo sigillo, quello la cui rottura condiziona la rivelazione suprema dei segreti contenuti nel libro di Dio. Solo l’Agnello – e cioè, secondo un sinonimo aramaico, il Servo, cioè Cristo – può procedere a questa rivelazione, a dissigillare il libro.
Il film, ambientato nel medioevo dei saltimbanchi, dei roghi, delle pestilenze, racconta la storia del Cavaliere Antonius Block, di ritorno a casa dopo una Crociata. Sergio Trasatti, autore di una splendida monografica sull’opera di Bergman, lo descrive così:

“Block è sfiduciato, stanco, deluso. Lo vediamo in riva al mare con il suo scudiero, Jöns, mentre una voce fuori campo legge alcuni versetti dell’Apocalisse. E’ l’alba, il cielo è nuvoloso, il mare mosso. Il cavaliere prega in ginocchio, a mani giunte. Sopraggiunge la Morte: è venuta a prenderlo, è da molto che lo segue. Block dice di non essere pronto: «Il mio spirito lo è ma non il mio corpo. Dammi ancora del tempo». Sfida la Morte a una partita a scacchi: sarà salvo finché la partita durerà.”

Nel frattempo assistiamo alle vicende di una famiglia di saltimbanchi, di un pittore, di una ragazza accusata di stregoneria, di un furfante, di un fabbro.
Block, uomo disperato perché non riconosce se stesso nei suoi simili, dice: «Vorrei confessarmi ma non ne sono capace perché il mio cuore è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura, indifferenza verso il prossimo, verso i miei irriconoscibili simili».
Alla domanda della Morte: «Non credi che sarebbe meglio morire?» il cavaliere risponde: «L’ignoto mi atterrisce. Ma perché, perché non è possibile cogliere Dio con i propri sensi, per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché dovrei aver fede nella fede degli altri? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me, sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché, nonostante tutto, egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Vorrei sapere senza fede, senza ipotesi. Voglio la certezza. Voglio che Dio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto e voglio che mi parli».
«Il suo silenzio non ti parla?» incalza la Morte.
«Lo chiamo e lo invoco – replica Block – e se egli non risponde penso che non esiste. Allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla, senza speranza».

Il cavaliere, dopo aver attraversato nel suo simbolico itinerario i segni dei drammi e delle tragedie degli uomini (la guerra anzitutto, poi la peste, la collera, l’adulterio, la superstizione), si riscatta sottraendo alla morte, con uno stratagemma, la famigliola felice dei saltimbanchi.

Al termine della vita, nel castello, quando arriva la morte per l’appuntamento definitivo, il cavaliere è pronto: ha riconosciuto in sé il volto del prossimo e nel prossimo il suo volto. Ha riconosciuto il volto dell’uomo. Accoglie la Morte in preghiera: «Dall’oscurità che tutti ci attornia mi rivolgo a te, Signore Iddio. Abbi misericordia di noi che siamo inetti e sgomenti e ignari… Dio, tu che in qualche luogo esisti, che devi certamente esistere, abbi misericordia di noi».

Lo scudiero, materialista e ateo, lo irride. «L’ora è venuta», dice qualcuno. A questo punto vediamo la famigliola del saltimbanco in salvo, sulla spiaggia. Jof indica, sulla sommità della collina, un macabro corteo: la Morte danza con Block e con gli altri personaggi, “allontanandosi lietamente nel chiarore dell’alba verso un altro mondo ignoto.”

Ciao Ingmar. E buon viaggio…

domenica 22 luglio 2007

Problemi tecnici insormontabili

Capita anche questo. Capita che tu compri con qualche mese di anticipo il biglietto per un concerto di uno dei più grandi compositori contemporanei. Si sa già il giorno, l’orario, il luogo. Attendi febbrilmente la sera dell’evento, mentre manifesti, cartelloni e annunci radio pubblicizzano il tutto in pompa magna.
E poi…
a soli tre giorni dal concerto, leggi (per caso) uno scarno comunicato che annuncia: IL CONCERTO E’ STATO ANNULLATO PER PROBLEMI TECNICI INSORMONTABILI.
Ma come!? Sapevate con mesi di anticipo dove si sarebbe svolto il concerto, e vi siete accorti della presenza di problemi tecnici insormontabili solo a tre giorni dall’evento? E ce lo dite così, senza pudore né vergogna, candidamente?
Mentre rimpiango ancora il mai avvenuto concerto di Ennio Morricone al Velodromo Borsellino di Palermo, penso che gli unici, veri, tristi problemi insormontabili, sono quelli del cervello di tante, troppe persone, inadeguate, incompetenti, superficiali. E sommesso ascolto le note di C’era una volta… il concerto.

mercoledì 11 luglio 2007

I tre stadi dell'amore nella "Vita nuova" di Dante

In un tempo come il nostro in cui si sta perdendo la capacità di amare, e in cui si confonde l’amore con mille suoi surrogati che ne distorcono il senso e ne mortificano la bellezza, sarebbe bene ripassare con gli occhi e la mente la concezione dantesca dell’amore. Forse salterebbe agli occhi che la maggior parte di noi è tristemente ferma al primo stadio, e ignora perfino l’esistenza degli altri due.

Nel primo stadio l’amante spera nella ricompensa da parte della donna, e quindi cerca un appagamento esteriore e materiale.

Nel secondo stadio l’uomo non ama più la donna per averne qualcosa in cambio, ma l’amore diviene fine a se stesso.

Nel terzo stadio l’amore viene sublimato e diviene lode alla donna vista come miracolo di Dio. L’amore per la donna innalza l’anima sino alla contemplazione del cielo. É l’amore mistico, paragonabile a quello dei beati in cielo, che non mira a ricompense materiali e trova la sua beatitudine solo nella contemplazione e nella lode di Dio. É questo “l’amor che muove il sole e l’altre stelle” come lo definirà Dante nell’ultimo verso del Paradiso.

I tre momenti della vicenda amorosa ricalcano i tre stadi dell’ascesa dell’anima a Dio di cui parla tutta la tradizione mistica, da sant’Agostino sino al san Bonaventura dell’Itinerarium mentis in Deum (Viaggio dell’anima in Dio). I tre stadi da questa tradizione sono definiti extra nos (fuori di noi), intra nos (dentro di noi), super nos (sopra di noi). In un primo stadio l’anima ama Dio attraverso le cose esteriori, come riconoscenza per i beni materiali del creato che sono un suo dono; poi la felicità scaturisce tutta dal di dentro dell’anima stessa, dalla gioia di amare Dio di per se stesso, per la sua infinita bontà; questo amore trasporta infine l’anima al di sopra di se stessa, sino a ricongiungerla con Dio.

Nella Vita nuova vi è quindi un processo discendente (Dio donna poeta) e un processo ascendente (poeta donna Dio). La donna è il tramite per ritornare a Dio.

sabato 30 giugno 2007

Forestali piromani e Becchini serial-killer

Secondo la Protezione civile il 90% degli incendi di questi giorni sono di natura dolosa. Gran parte dei focolai sembra siano stati appiccati dai forestali stagionali! Quella che sembrerebbe una contraddizione in termini ha in realtà una sua macabra logica, se si considera che, secondo le leggi attuali, i forestali stagionali vengono assunti in base al numero di incendi. Ergo: più incendi ci sono più alte sono le probabilità di essere assunti. E’ ovvio che tutte le persone sprovviste di senso civico, senso del dovere, altruismo e amore per la natura, ma in compenso dotate di un minimo di furbizia, facciano il seguente ragionamento:
Se PIU’ INCENDI = PIU’ ASSUNZIONI allora mi basta appiccare qualche focolaio per essere assunto!
Detto, fatto. Torce e accendini in mano, questi esseri umani (?) di cui mi vergogno di essere fratello se ne sono andati in giro per i boschi e le montagne dando fuoco a tutto quello che incontravano. Lo scirocco ha fatto il resto.
Alcuni (pochissimi) sono stati colti sul fatto e arrestati. Tutti gli altri l’hanno fatta franca. Per la rabbia di noi cittadini indifesi e dei loro colleghi, i tanti forestali onesti.
E’ triste pensare che l’uomo abbia davanti agli occhi, anziché i prosciutti (come si suol dire) banconote da 10, 20, 50 euro. Siamo disposti a tutto pur di guadagnare soldi, ci facciamo scudo con le teorie di Machiavelli sul fine che giustifica i mezzi, calpestiamo con serafica tranquillità diritti, doveri, responsabilità. Non ce ne frega niente: basta che ci danno i soldi!
E pensavo: ma dove finiremmo se, dopo i FORESTALI PIROMANI, altre categorie lavorative prendessero spunto da questa trovata? Immaginate GLI AVVOCATI ASSASSINI, che vanno in giro ad eliminare una discreta quantità di persone per poter lavorare poi ai processi. Oppure I MEDICI VIRUS che di proposito fanno ammalare i pazienti per poi poterli curare. O I MECCANICI SABOTATORI che di notte guastano le auto per poi poterle riparare il giorno dopo. O i BAGNINI ANNEGATORI, che ogni tanto cercano di fare annegare qualcuno per poi poterlo salvare. O I BECCHINI SERIAL KILLER, che in mancanza di materia prima fanno una strage per avere il lavoro assicurato. E potrei continuare per due ore, ma non voglio fornire idee a qualche squilibrato che mi legge.

mercoledì 27 giugno 2007

Giornate apocalittiche

Lunedì 25 giugno 2007. Mi alzo dopo una notte insonne passata ad agitarmi nel letto cercando di sconfiggere il caldo. Apro il balcone sperando di trovare un po’ di refrigerio, e vengo letteralmente assalito da un’ondata di calore inverosimile. Uno scirocco incredibile stringe nella morsa l’intera città. Riesco a stare fuori solo una manciata di secondi: mi arrivano in faccia vampate di fuoco che mi tolgono il respiro. Qui ce ne intendiamo di scirocchi, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista. Respirare fuori è praticamente impossibile, il vento caldissimo mi impedisce pure di pensare. Mi pare di prendere a fuoco, e mi sento come Ghost Rider, con il corpo circondato dalle fiamme. Torno dentro e chiudo il balcone. Tutta la casa è chiusa, sigillata, per non fare entrare il caldo africano. Ma ben presto le stanze si trasformano in camere di tortura. Non ho condizionatori d’aria, il ventilatore smuove solo aria calda, sono spacciato. Se esco fuori muoio sul colpo, se rimango dentro muoio lentamente prima del tramonto.
In teoria di questi tempi dovrei trovarmi nella casa di campagna, dove c’è più fresco, ma al momento sono impossibilitato a trasferirmi. La zona è infatti stata presa d’assalto da un numero imprecisato di zanzare tigre, e occorre fare la disinfestazione. Inoltre, un incendio ha semidistrutto parte dei tubi che portavano l’acqua alla casa, e quindi là starei senza acqua. E stare senza acqua con questo caldo equivale a un suicidio. Perciò rimango qui, per il momento.
Mi affaccio alla finestra della cucina e vedo il monte San Calogero avvolto dalle fiamme. Per la verità le fiamme non si vedono, ma si vede il fumo. In almeno una decina di zone fumi densi e grigi si innalzano, sospinti dal vento. Per tutta la mattinata un canadair fa avanti e indietro tra il mare (dove prende l’acqua) e il monte (dove la getta sopra gli incendi). Io assisto alla scena - che si ripete infinite volte – passando da una finestra all’altra. Ma lo scirocco prosegue, e gli incendi non si spengono.
Dopo aver superato indenne la mattina, mi appresto ad affrontare il pomeriggio, pensando che peggio di così non possa andare. Ma ben presto mi accorgo che può sempre andare peggio, allorché, intorno alle cinque del pomeriggio, se ne va la luce. Ora, non so dove sia andata (forse a fare un pic-nic in Groenlandia), fatto sta che l’intero palazzo, anzi l’intero quartiere, è privo di elettricità. Io non mi preoccupo più di tanto. C’è ancora la luce solare: posso leggere un libro, studiare e scrivere sul computer portatile. Inoltre sono convinto che entro un’oretta al massimo il problema verrà risolto.
Due ore dopo, alle 19, comincio a ricredermi. La luce manca ancora e, come se non bastasse, la batteria del portatile si è scaricata e sono costretto a spegnerlo. Inoltre, scalogna nera, mi accorgo che manca pure l’acqua (e sto sudando come uno svedese nel Sahara). L’idea che tutto il quartiere sia nelle mie stesse condizioni non mi consola per niente. Piuttosto comincio a maledire in sette lingue tutte le persone che hanno un condizionatore d’aria in casa, che lo usano giorno e notte anche quando non c’è bisogno (fregandosene dell’inquinamento ambientale), che per puro egoismo personale ogni anno provocano un sovraccarico della rete elettrica con conseguente black out generale, di cui pagano le conseguenze non solo loro ma anche tutte le buon’anime che condizionatori non ne hanno. Poi, sbollita la rabbia, penso che c’è ancora luce solare; perciò cerco di rilassarmi e sperare che risolavano al più presto il problema.
Quando, alle 20 e 35, il sole tramonta, comincio a farmi prendere dal panico. Sono bloccato in casa con le finestre chiuse senza poter scrivere al computer, guardare la televisione, ascoltare la radio (naturalmente tutte le batterie sono scariche…), sciacquarmi la faccia, a una temperatura media di 35 gradi all’ombra. E la luce solare ben presto sparirà, impedendomi così perfino di leggere!
Le notizie che arrivano dall’Enel sono sconfortanti. A causa di un grave guasto causato dal forte caldo e dal sovraccarico provocato dall’eccessivo consumo di energia, diverse zone della provincia sono al buio. E non si sa quando il problema verrà risolto!
Un’ora dopo sono immerso nel buio, e mi faccio strada per i corridoi di casa grazie alla luce lunare. I surgelati stanno inesorabilmente “morendo”, l’acqua del frigorifero pare che sia stata messa in forno per quanto è calda, gli incendi sul monte San Calogero ora sono visibili nella loro spaventosa vastità. Parlo al telefono con gente che è stata fuori, nell’inferno di questo lunedì di giugno, e mi racconta episodi allucinanti. Temperature che superano i 50°, gente che sviene per strada, ambulanze che si incrociano con camion dei pompieri che non sanno dove andare prima, automobili diventate prigioni di fuoco con le cinture talmente bollenti da non poter essere messe, persone rimaste chiuse nell’ascensore o costrette a farsi 11 piani a piedi per la mancanza di elettricità, ospedali aperti solo per le emergenze, case di campagna letteralmente distrutte da incendi spaventosi, boschi incendiati, gelaterie costrette a buttare gelati e dolci a causa del black out, semafori spenti con conseguente traffico in tilt e incidenti vari, donne costrette a togliersi gli orecchini perché diventati incandescenti…
Alle 21 e 30 io ceno al lume di una lampada a risparmio energetico alimentata da una batteria. Ogni tanto mi affaccio fuori per vedere se lo scirocco è passato ma ogni volta torno dentro deluso. Soltanto mezz’ora dopo, quando le speranze sono quasi svanite, torna l’elettricità. Fiat lux.
E io penso che mentre vivevo questa normale giornata apocalittica, in Antartide lastre di ghiaccio di decine di chilometri si staccavano dal continente per andare a sciogliersi alla deriva. E che quest’anno, dalle mie parti, l’inverno semplicemente non c’è stato. E che giornate come questa, che oggi sono l’eccezione, ben presto potrebbero diventare la regola. E che gente come George W. Bush continua a ripetere che i cambiamenti climatici non sono un problema urgente, e che è disposto a fare qualcosa a riguardo, forse, tra una decina d’anni. Tanto lui ha il condizionatore d’aria che tiene acceso ventiquattr’ore su ventiquattro e quando se ne va la luce usufruisce del gruppo elettrogeno, e se le coste dei continenti venissero sommerse dalle acque state certi che lui starebbe ben al sicuro in qualche residence a cinque stelle ben protetto. E così sia.

P.S. : Avrei dovuto mettere questo articolo sul blog ieri, martedì 26 giugno. Non l’ho potuto fare perché anche ieri è mancata l’energia elettrica. Se n’è andata la mattina ed è tornata alle 21 e 30 di sera! Intanto si contano, a causa dell’afa, 3 morti in Sicilia e 43 in Europa. E il monte San Calogero è letteralmente andato “in fumo”.