lunedì 29 ottobre 2007

Martedì 30 ottobre

Scritto da Gualtiero De Marinis su Film Tv n.42

Volevo dirvi una cosa. Martedì 30 ottobre su La7 c’è Marco Paolini con Il sergente, ispirato a Il sergente della neve di Mario Rigoni Stern. Così magari vi preparate. Voglio dire, disdite gli appuntamenti, dite alla zia di passare un’altra sera, avvisate gli amici. Così magari smettete di piangervi addosso. Di venirmi a raccontare che non c’è mai niente in televisione. Perché c’è Marco Paolini martedì 30 ottobre su La7 con Il sergente. Così magari la smettete di dire che tutti i programmi più belli vanno sempre in onda a notte fonda. Perché va in onda alle 21,30 Il sergente di Marco Paolini, martedì 30 ottobre, su La7.
Scrive Aldous Huxley nel Mondo nuovo che 625.000 ripetizioni fanno una verità. Io non credo di riuscirci a dirvi per 625.000 volte che martedì 30 ottobre c’è Marco Paolini su La7. Ma intanto comincio. Io poi vi capisco. Anche voi avete i vostri problemi. Perché il mondo va in rovina, non si riesce più a vivere, la politica è tutto un magna magna, perché destra e sinistra sono uguali, perché c’è la criminalità e ci sono i rom e i romeni. Perchè magari credete che rom sia un diminutivo di romeni. Come viene fuori anche da un post di Grillo che singolarmente sostiene che con l’invasione dei rom/romeni i nostri confini siano stati “sconsacrati”. Una considerazione che non si sentiva più almeno dagli anni 40.
Tutte queste cose, lo capisco, vi stanno a cuore. Però io ho una buona notizia. Martedì 30 ottobre su La7 c’è Marco Paolini con Il sergente. Così potete smettere, almeno per una sera, di lamentarvi. O di piagnucolare perché c’è sempre qualche cattivo che vi impedisce di fare le cose che vorreste fare. Basta sintonizzarsi su La7 alle 21,30 di martedì 30 ottobre per vedere Marco Paolini ne Il sergente.
Adesso aprite il programma di posta e spedite la notizia a 10 amici entro un’ora. Perché questa è una catena. Disgraziatamente non posso promettervi nulla. Né che vincerete alla lotteria, né che i vostri sogni più intimi verranno realizzati. Ma vi giuro che se guardate Paolini vi si apre la testa.

P.S.: Lapis mi suggerisce di fare un pezzo sul fatto che martedì 30 ottobre c’è Paolini su La7 con Il sergente. Non è una brutta idea. Forse lo scrivo.

sabato 27 ottobre 2007

L'uomo di ghiaccio e il sole del Brasile



Una settimana fa…

C’era una volta un omino brutto e calvo che per vincere mandava spioni professionisti a rubare i segreti della squadra avversaria…

Ma il re, venuto a conoscenza della cosa, si limitò a dargli un buffetto sulla guancia.

C’era una volta l’uomo cioccolata, che era talmente bravo da credersi un dio, e che in quanto divinità si concedeva ogni tanto scorrettezze di vario genere…

Ma il re, ammaliato dalla sua bravura, si limitò a rimproverarlo in privato senza punirlo.

E poi c’era l’uomo di ghiaccio venuto dal nord, che silenzioso nella sua tuta rossa lavorava giorno dopo giorno, senza rispondere alle provocazioni. E che credeva ai miracoli…

Finché un giorno il sole del Brasile bruciò la testa pelata dell’omino e sciolse l’uomo di cioccolata. L’uomo di ghiaccio, invece, rimase in pista. I raggi sciolsero il ghiaccio, ma sotto batteva un cuore rosso…

GRAZIE KIMI

venerdì 12 ottobre 2007

Un sogno

Cos’è che ci spinge ad andare avanti anche quando tutto l’universo sembra correre nella direzione opposta alla nostra? Me lo domando spesso, in questi giorni. E me lo domando mentre guardo la gente camminare per strada. Per alcuni è un figlio appena nato, o il primo contratto di lavoro, o il primo bacio a una ragazza, o una vincita al lotto, o una vacanza al mare, l’estinzione del mutuo, l’auto nuova, il Natale. Ma può bastare anche un tramonto, una cena in famiglia, un film al cinema, un gatto che fa le fusa, la tua canzone preferita, quell’amico ritrovato, un gol, la domenica mattina, un pasto caldo, la carezza che aspettavi da mille anni?
Forse no, forse sì, forse niente basta ma tutto è necessario.
Cos’è che mi spinge ad affrontare la bufera che si è abbattuta sulla mia vita? Cos’è che mi fa andare avanti? Vorrei poter dire la fede. No, non è la mia piccola fede. Vorrei poter dire le persone che mi amano. No, ce la mettono tutta ma non basta. Vorrei poter dire la consapevolezza di essere fortunato. No, il mio ego meschino lo ignora. Allora cos’è, cos’è questo motore furioso che mi spinge oltre ogni ostacolo con la forza di cento turbini maestose?

Un sogno, soltanto un piccolo sogno. La mia anima vorrebbe rivelarvelo, ma il mio cuore timido tace. Gli basta sapere.

Povertà

Dietro lo splendore delle antiche rovine, dietro il lusso e il fasto, i multiplex e i teatri, i ristoranti e le università, i musei e le gallerie, c'è un'altra Roma, nascosta, invisibile, sotterranea.
E' la Roma dei poveri, di cui nessuno parla. Non ci fai caso se sei un turista, non ti interessa se sei di passaggio. Ma viverci ti costringe a guardare con occhi più profondi la realtà.
I poveri vivono sotto i ponti che sovrastano il lungo Tevere. Vivono in mezzo alle rovine dell'antico impero, in case di cartone che si piegano al minimo soffio di vento. Vivono davanti le chiese, ad elemosinare qualche spicciolo ai fedeli che entrano, o nei sotterranei delle metropolitane, coperti di stracci e sdraiati per terra. Alcuni si spostano da un quartiere all'altro, da una metro all'altra. Altri, come la signora che incrocio ogni pomeriggio nella fermata metro "Re di Roma", stanno sempre nello stesso posto, sempre con la faccia scarna e triste, con la scodella pronta ad accogliere la carità altrui.
C'è chi ti ferma per le strade, e magari non parla una parola d'italiano. C'è chi è italiano dalla nascita e disgraziato da pochi anni, o da decenni. Ci sono quelli invadenti, che quasi pretendono un tuo atto di carità, e quelli schivi e riservati, il cui sguardo rivolto al pavimento è ormai piegato dalla fatica del vivere.
Nessuno parla di loro, ma te li ritrovi davanti in ogni zona di Roma.
Ormai, capito l'andazzo, e trovandomi nell'impossibilità economica di dare molto, esco di casa preparandomi da parte monete da 5, 10, 20 centesimi. Perchè non puoi decidere, in base a nessun criterio, di dare ai primi tre mendicanti e rifiutare ai successivi quattro. Meglio perciò dare poco ma a tutti. Non sempre ho con me questi spiccioli, e allora sono costretto a passare avanti, a ignorarli, mentre il senso di colpa mi assale e una vocina interiore mi dice quanto faccio schifo e quanto poco valgo. Una grande città come Roma ti mette costantemente di fronte a queste situazioni. Mi aiuterà a crescere, penso.

giovedì 11 ottobre 2007

E dove li trovo 7 miliardi di dollari?

Il mitico superpresidente fa il suo bel discorsetto ai rappresentanti dei 16 paesi più industrializzati durante una conferenza Onu sull’ambiente. E dice che, sì, in effetti, visto che tutti ne parlano, forse sarebbe il caso di fare qualcosa. E, insomma, lui sarebbe anche disponibile a cercare di risolvere il “serio problema del cambiamento climatico.” Solo che, dopo aver dato vaghissime indicazioni su quali misure è intenzionato ad adottare, se ne viene fuori con questa frase: “Riguardo al problema ogni nazione deve decidere da sola la propria strategia per ottenere risultati verificabili ed efficaci.”
Cioè, fammi capire bene, Giorgino Dabliuino dei miei stivali: il tuo paese, il più ricco e il più inquinato del mondo, quando inquina l’aria e le acque provoca danni a tutti noi, però quando è ora di risolvere questi problemi si chiude in se stesso con la scusa del “fatevi gli affari vostri, ci pensiamo noi”? Forse ancora il signorino non ha capito che le nazioni del mondo non sono isole separate, ma che le azioni di ognuno si ripercuotono prima o poi sugli altri. L’ostinata presa di posizione isolazionista degli Stati Uniti in tema ambientale fa ridere i polli proprio perché proveniente da un paese che condiziona, nel bene e nel male, le sorti dell’intero pianeta, e che mai nella sua storia si è “fatto gli affari suoi” intervenendo invece in ogni dove.

Ma il nostro amatissimo superpresidente, pochi giorni dopo, ha ancora riempito i giornali con memorabili prese di posizione. Ha infatti messo il veto alla legge che avrebbe esteso la copertura sanitaria a 4 milioni di bambini americani che non hanno un’assicurazione medica (per la cronaca, in USA ben 47 milioni di persone sono prive di tale assicurazione – vedere urgentemente Sicko di Michael Moore). Lui serafico ha risposto: “Io credo nella medicina privata, non in un sistema sanitario guidato dal governo federale.” Una posizione ideologica, dunque. Ma non solo. Il programma per la riforma sanitaria verrebbe a costare 7 miliardi di dollari in più all’anno.

E dove volete che il presidente trovi tutti questi soldi?
Ah, già, la stessa cifra la spende in UN MESE per la guerra in Iraq…
Ma no, dai, stiamo scherzando? Se vi proponessero la scelta tra:

  1. Spendo 7 miliardi all’anno per garantire assistenza sanitaria a tutti i miei cittadini.
  2. Spendo 7 miliardi al mese per mandare a morire centinaia di miei cittadini.

Voi cosa fareste? Ma è chiaro… optereste per la seconda ipotesi! O no?

venerdì 5 ottobre 2007

Assenze

Non scrivo sul blog da oltre un mese. Già si rincorrevano strane ipotesi: Si è trasferito in Alaska? Si è sposato con una donna che gli ha intimato: o me o internet? E’ stato rapito dagli alieni?
Niente di tutto questo. Molto più semplicemente…

Ieri vivevo in una cittadina di 28.000 abitanti. Oggi vivo in una metropoli sui 4.000.000.
Ieri per andare al cinema impiegavo sei minuti a piedi da casa mia.
Oggi per andare al cinema impiego dai 40 ai 50 minuti.
Ieri passavo il tempo libero a leggere Maupassant sul divano.
Oggi passo il tempo libero a cucinare, lavare e stirare.
Ieri guidavo una Peugeot 106.
Oggi mi sposto in metro, in bus e a piedi.
Ieri il Colosseo lo vedevo solo sulle cartoline.
Oggi passo davanti al Colosseo almeno una volta a settimana.
Ieri sapevo chi ero.
Oggi devo ancora scoprire chi sono.

La vita ha bussato alla mia porta e mi ha detto:
“Non ho certezze da offrirti, solo doni non richiesti.
Non parole che abbiano un senso, ma sogni indecifrabili.
Non radici piantate per terra, ma rami che si muovono orientati dal vento.
Non quello che vuoi tu, ma quello che non ti aspetti.”

mercoledì 15 agosto 2007

A proposito di paesi civili

Due tra i miei paesi preferiti (???), Gli Stati Uniti e l’Iran, fanno ancora parlare di sé.
Nel pacifico paese iraniano governato dal barzellettiere Mahmud Ahmadinejad (la sua battuta più famosa è: “L’olocausto non è mai esistito”) nelle ultime settimane c’è stata una incredibile escalation di esecuzioni. E’ superfluo ricordare che nel civilissimo Iran la condanna a morte è legale e ampiamente praticata, e che gli omicidi (pardon, le esecuzioni) avvengono per impiccagione in pubblica piazza. Ogni tanto, nel silenzio generale, c’è qualcuno che alza la mano – come faceva il timido studente sui banchi della scuola elementare – per chiedere il permesso di parlare; per dire che, forse, uccidere sette-otto esseri umani al giorno è un tantino esagerato e, forse, bisognerebbe dare una ridimensionata a questa abitudine quanto meno discutibile, soprattutto se le immagini delle impiccagioni fanno il giro del mondo rischiando di impressionare i nostri cari bambini occidentali traumatizzabili. Incredibile ma vero, a parlare questa volta è stato il governo italiano, che ha espresso “forti inquietudini” sull’escalation di condanne nel paese arabo.
La risposta del barzellettiere non si è fatta attendere. Il comunicato da Teheran recitava così: “Ogni paese indipendente combatte il crimine secondo le sue leggi, e ogni interferenza in questo campo è un’interferenza negli affari interni di un paese.” Insomma, fatevi gli affari vostri e lasciateci ammazzare in pace tutti quelli che vogliamo ammazzare.
Personalmente manderei a quel paese (che non è l’Iran) il barzellettiere e i suoi affari interni…

E passiamo ora all’altro civilissimo paese (in cui, manco a dirlo, è praticata la pena di morte). L’incommensurabile George W. gongola di felicità dopo che il Congresso ha approvato una legge che rende più “difficile” l’ingresso negli Stati Uniti.
L’idea del geniaccio texano è semplice: per evitare nuovi attacchi terroristici al paese, basta chiuderci dentro, come i cowboys nel fortino assediato dagli indiani. Se nessuno riesce ad entrare, chi ci potrà fare del male? La legge approvata è un primo passo per la realizzazione della Grande Idea, rendere gli Stati Uniti un paese chiuso, un eden in cui può vivere solo chi è nato e cresciuto yankee, a pane e Super Bowl, e tutti gli altri possono stare alla larga, dai cugini canadesi agli altezzosi europei, dai visi pallidi australiani ai mandarini cinesi, dai neri dello Zambia agli amiconi arabi.
La legge, in poche parole, rende più difficile ottenere i visti d’ingresso negli Stati Uniti, anche quelli turistici. A partire dal 2008, grazie a un rigoroso sistema elettronico, il viaggiatore che incautamente vuole avventurarsi nella terra di Abramo Lincoln e John Wayne dovrà chiedere l’autorizzazione all’ingresso negli USA precisando in dettaglio date e tappe del suo viaggio. La normativa concede al governo americano il potere di non concedere il visto a chi sia ritenuto in qualche modo sospetto.
Vi rendete conto? Sono finiti i bei tempi in cui si partiva all’avventura, decidendo di giorno in giorno le tappe di un viaggio, esplorando guidati dal caso e dall’istinto un paese straniero. Andare negli Stati Uniti da oggi vi costerà almeno un mese di preparativi. Dovrete stabilire nel dettaglio tutto: i giorni e i luoghi di permanenza, quali mezzi di trasporto prendere e a che ora prenderli, quali città visitare e in che giorno visitarle. E se per caso doveste imbattervi in un contrattempo qualsiasi, o decideste per un qualsiasi motivo di volervi recare a Boston anziché a Chicago il venerdì mattina, guai a voi! CIA, FBI, POLIZIA ed ESERCITO vi bloccherebbero all’aeroporto rispedendovi a calci nel sedere nel paese ostile da cui provenite.

Ve l’immaginate la scena? Voi siete lì, tranquilli tranquilli in aeroporto, in bermuda e infradito, quando piomba sul posto un’armata di marines cazzuti col mitra in mano.
“Fermi tutti!” fanno i marines. “Voi non siete dove dovreste essere!”
E voi, esterrefatti, avete appena il tempo di biascicare un improbabile “bah… verament…” che loro già vi elencano i misfatti di cui vi siete incontestabilmente macchiati:
“All’ingresso nel nostro civilissimo e amatissimo e democraticissimo e perfettissimo paese avete dichiarato che oggi, 13 agosto, alle ore 15.56, sareste stati all’interno dei confini della città di New York. Invece vi trovate qui, in un luogo in cui non dovreste essere. Questo è un chiaro segnale che avete intenzioni ostili nei confronti degli Stati Uniti d’America. A causa del vostro atteggiamento fortemente sospetto dobbiamo riportarvi nel vostro ostile paese d’origine. Se fate resistenza saremo costretti a usare la forza.”
E così voi, fortemente sospetti in bermuda e infradito, farete ritorno prima del tempo nel vostro ostile paese d’origine, Calascibetta in provincia di Palermo (noto covo di terroristi), scortati dai marines in tuta mimetica.

Io, per non correre rischi, ho già cominciato a pianificare il mio viaggio negli Stati Uniti, previsto per l’estate del 2015. Ho già buttato giù una lista provvisoria degli spostamenti del primo giorno, da consegnare ai miei amici della dogana americana.

Ore 07.45. Mi alzo e vado al cesso della camera del mio albergo, situato in via ****

Ore 8.00. Mi infilo le scarpe da tennis pronto per uscire.

Ore 8.05. Entro nell’ascensore dell’albergo, scendo a piano terra, saluto l’addetto alla reception ed esco fuori.

Ore 8.10. Imbocco la strada alla destra dell’albergo, cammino per 35 metri, poi mi infilo nel vicolo sulla sinistra, mi fermo 10 secondi per guardare l’insegna di un barbiere italo-americano, poi proseguo, sempre a piedi, per 400 metri…