lunedì 31 marzo 2008

Sera d'agosto

Mi giro alla mia sinistra. Sono solo. C’è silenzio, e lei non c’è. La sua non è solo un’assenza fisica. E’ lontana, come la mia vista potrebbe essere lontana dall’orizzonte del mare. E’ accaduto qualcosa, qualcosa che io non so spiegare. E’ bastato un attimo, e lei non c’era più, era già distante, era già ricordo. Come una pioggia d’agosto, estemporanea e breve, improvvisa e passeggera. E’ venuta, mi ha rapito, se n’è andata, e io non ci ho capito niente. Chiedo al vento spiegazioni, ma odo solo sibili confusi. Chiedo lumi al silenzio, mio compagno d’infanzia, ma non mi parla. Galleggio nell’incertezza e nella confusione, come un fiocco di neve che non sa se sciogliersi in aria o aspettare il contatto con la terra. Una divina incomprensione prende possesso dei miei sensi. Opporre resistenza è inutile, accettare l’imponderabile è l’unica via. Io amo, io soffro, non comprendo, accetto. Le lancette vanno via, l’afa comprime i miei pensieri, e butto via questo foglio anonimo e questa serata pallida.

giovedì 20 marzo 2008

Il rumore e il silenzio

Il rumore sussurrò al silenzio: "Taci, mi disturbi."
E il silenzio non rispose.
Allora il rumore disse al silenzio: "Taci, mi disturbi."
E il silenzio non rispose.
Stizzito il rumore urlò al silenzio: "Taci, mi disturbi!"
E il silenzio non rispose.
E allora il rumore tacque. E fu pace in tutto il creato.
da Sentieri di luce



lunedì 3 marzo 2008

La rottura del cerchio in Caos calmo e Into the wild

Quando un bambino nasce, la società prende in mano una matita e inizia a tracciare un cerchio attorno alla sua vita. Prima o poi (già negli anni dell’adolescenza, in genere) quel cerchio si chiude, impedendo a chi sta dentro di uscire. Ma in ogni istante della nostra vita abbiamo la possibilità di rompere quel cerchio per guardare noi stessi dall’esterno o per fuggire alla ricerca della libertà. E’ quello che hanno fatto (in modi diversi) i protagonisti di Caos calmo e Into the wild. Come potete leggere nel mio articolo pubblicato sulla rivista Omero.

venerdì 22 febbraio 2008

Sulla scogliera, a mezzogiorno, mentre il vento parla al cielo d'infinito

Ero una sfera di cristallo, ero roccia
Ero polvere, nuvole, silenzio e tempeste
Ero Proust prima che il tempo si perdesse.

Ero un canto obliato negli abissi di uno sguardo,
il capolavoro mancato di un genio inesprimibile.
Ero tutto ciò ch’era vero e tutto quanto era possibile.

Il mare non giudica, non punisce. Il mare è
Sulla battigia del tempo l’onda incide le sue ore.

Sono l’assassino dell’anima di chi non ho amato
Sono colpevole di meditata pigrizia e infinita incoscienza
Sono misera parentesi nel grande libro della scienza.

Sono la creazione di me stesso e il suo contrario
ciò che avrei dovuto essere e l’essere che diventerò.
Sono uno scheletro rivestito di pensieri e giù nel mare m’annienterò.

Il mare non giudica, non punisce. Il mare è
Sulla battigia del tempo l’onda incide le sue ore.

Sarò ripescato dal caldo ventre dell’oceano
Sarò ricordato come epico temerario o inguaribile sciocco
Sarò silenzio e sinfonia, vento di maestrale e scirocco.

Sarò un ricordo indelebile o confuso nella sera
una vaga e informe idea ospitata da memorie vive
Sarò una traccia invisibile nel cielo, e colui che sull’acqua scrive:

Il mare non giudica, non punisce. Il mare è
Sulla battigia del tempo l’onda incide le sue ore.

martedì 19 febbraio 2008

Impotenza

Stare lontani dalle persone che si amano. Sentirle soffrire, senza poterle vedere… toccare. Sforzarsi di proiettare, a chilometri di distanza, i propri pensieri. Vederli partire, sparire oltre l’orizzonte. Immaginarli leggeri, superare le valli, scavalcare i cancelli, sorvolare fiumi e persone. E vederli perdersi, per vie sconosciute, molto prima della meta, irraggiungibile, lontana. Voler donare il proprio conforto, anche solo l’involucro della propria speranza. Non poterlo fare attraverso parole distanti. Gli anni luce, le stelle, l’etere… basta solo una manciata di metri per sentirsi separati. Impotenza. Che ti gira intorno, ti avvolge, t’imprigiona. Ma non sa il segreto che il vento sussurra agli alberi ogni sera: tra due anime affini non può esserci divisione, il vuoto apparente che le separa è solo il regno invisibile della condivisione.

martedì 12 febbraio 2008

Che io sappia i leoni non sparano (nemmeno agli agnelli)

L’utilizzo di titoli metaforici è tornato in voga (anche al cinema). Per chi ha una buona cultura o la possibilità di ricevere informazioni sui film in uscita, titoli come “Nella valle di Elah” o “Cassandra’s dream” non costituiscono particolari ostacoli alla comprensione. Ma per tutti gli altri? Ho ironizzato sull’argomento parlando dell’ultimo film di Robert Redford, il quale tratta l’argomento della guerra ma si intitola “Leoni per agnelli”. Gli agnelli (sacrificali) sarebbero i soldati mandati al macello dai generali. Ma uno che non lo sa, è capace di entrare al cinema convinto di assistere a un film sullo zoo di Berlino (o quasi)… Ecco il mio articolo pubblicato on line sulla rivista Omero: Che io sappia i leoni non sparano (nemmeno agli agnelli)


giovedì 7 febbraio 2008

La fama logora chi ce l'ha

La fama è un peso che schiaccia chi ha spalle troppo fragili per poterlo sostenere. In quest’epoca pesante di per sé, dove bisognerebbe aspirare alla leggerezza delle farfalle. Liberi di essere quel che siamo. Senza finzioni, senza menzogne, senza telecamere accese. Ma noi siamo da sempre attratti dal mito, come Icaro è attratto dal sole. A questo riguardo, ho scritto un articolo sulla rivista Omero. Argomento: il peso della fama e la distruzione del mito. Attraverso l’analisi di due film: La leggenda di Beowulf e L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford.